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Export salva vino, ma non tutto è rose e fiori

Solo una strategia dell’export sarà in grado di salvare il vino italiano, gli aumenti di valore e volumi, da soli non bastano.
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Gli ultimi dati Istat disponibili certificano un aumento dell’export dei prodotti agricoli, pari a un rinfrancante +5,4% rispetto al 2011. Il vino fa la parte del leone, con performance capaci di toccare un +8% rispetto all’anno scorso, dato che tuttavia si riduce a un +4% per i vini imbottigliati. Il prezzo medio di vendita inoltre cresce del 16% (2,14 euro per litro) mentre i volumi subiscono una flessione del 6%. Indicazione quest’ultima non negativa se unita all’aumento del prezzo medio di vendita. Per fortuna che c’è la salute dell’export verrebbe da dire ma, come già accennato in altri contributi apparsi sempre su BIBENDA 7, qualche nube si affaccia sul futuro delle esportazioni della filiera vino.

Il primo elemento di preoccupazione sta nel rallentamento delle economie europee che ha colpito i Paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica). Tali nazioni hanno visto le loro esportazioni, un quinto verso il Vecchio Continente, diminuire anche sensibilmente. In realtà è doveroso ricordare che la crescita di questi Paesi emergenti, oggi pari al 38% del Pil mondiale, è in parte “drogata”. Le cifre degli incrementi di Pil di Brasile e Cina, solo per fare due esempi, sono legati in gran parte a fattori quali l’export di beni primari, un credito interno a maglie larghe e un boom immobiliare che traina la domanda. Il futuro quindi vedrà ugualmente una crescita di queste nazioni, ormai non più emergenti, ma non più in grado di garantire delle isole felici per i nostri beni, pronte a fagocitare di tutto e di più. Il portafoglio estero delle aziende vinicole deve perciò tenere conto di questo andamento, mettendo le basi per una sorta di rilancio delle piazze storiche senza trascurare l’apertura e il consolidamento di mercati cosiddetti emergenti.

Il secondo ragionamento invece, più sottile se vogliamo e complicato, sta nel rapporto tra dimensione dell’export di filiera e natura del credito all’internazionalizzazione e/o all’export. L’Italia nella sua totalità, soffre nel momento in cui va a vendere propri prodotti nei mercati esteri di un complesso di inferiorità abbastanza articolato, fatto di dimensioni aziendali, volumi proposti, logistica di localizzazione extranazionale e comunicazione d’impresa. Un esempio vale a chiarire questo gap: in Cina 8.600 imprese italiane danno origine a un fatturato inferiore di un terzo a quello di 6.300 aziende tedesche. In buona sostanza per esportare bene bisogna essere grandi o diventare grandi. Quest’ultimo auspicio è quello che più si adatta al mondo del vino tricolore che può diventare grande solo a patto che si unisca a livello territoriale. Associazioni di produttori e consorzi ad hoc per l’export e l’internazionalizzazioni avranno sicuramente più voce di ogni singola azienda, colossi del vino italiano esclusi, ovviamente. Appurato questo però, il problema si sposta ora dal lato del credito. Molto semplicemente per esportare ci vogliono soldi. I produttori di vino devono riversare risorse per informazione e comunicazione, costruire e gestire strutture distributive in loco, sostenere la gestione amministrativa e logistica dell’export e, infine, porre le basi per assicurare eventuali linee di finanziamento ai compratori esteri. Strumenti di finanza applicati all’impresa, questi ultimi, ancora troppo e colpevolmente distanti dall’impostazione delle aziende vinicole italiane. Per fare tutto ciò bisogna accedere al credito che, come sappiamo è quasi universalmente contratto a causa dell’altalenante andamento degli spread, della frammentazione del mercato interbancario, dell’atroce mix tra rischio d’impresa e rischio di sistema-Paese che si uniscono creando una vera e propria stretta del credito. Così, come ben sottolineato da Giovanni Ajassa, Responsabile Servizio Studi di Bnl Gruppo Bnp Paribas, in un recente fondo su Affari & Finanza de la Repubblica, la contrazione delle risorse di credito diventano “vincoli d’offerta che pesano su un comparto (l’export, ndr) ove le condizioni di domanda sono migliori. Occasioni di crescita non possono essere perdute per un problema di credito”.

La filiera vino non deve quindi solo fare sistema per esportare ma anche per accedere a quelle risorse capaci di porre in essere una seria politica di internazionalizzazione. Bisogna perciò bussare alla porta delle banche, soprattutto quelle locali, con progetti rivolti all’export capaci di far ingolosire gli istituti, portandoli non solo slacciare i cordoni della borsa ma anche, se possibile, ad intervenire in prima persona dentro singoli programmi sia nei Paesi emergenti, sia nelle piazze storiche del nostro export. Una sorta di internazionalizzazione a doppio senso - prodotti per l’estero e credito dall’interno - in grado poi, a latere della realizzazione di piattaforme logistiche e di comunicazione per la vendita, di coinvolgere la forza e le conoscenze delle comunità italiane al di fuori del Bel Paese, ma di quest’ultimo delicato aspetto ce ne occuperemo diffusamente un’altra volta.

(Fonte: BIBENDA 7 n. 40 - Alessandro Brizi)


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