In futuro quindi, nonostante l’assenza di una denuncia specifica da parte del Consorzio di Tutela interessato, dei consumatori o di un ente istituzionale, ogni Stato Membro della UE dovrà inserire nel proprio piano nazionale di controlli una speciale sezione dedicata alle frodi sulle denominazioni d’origine. Per una reale efficacia delle normative, la Confagricoltura poi auspica la creazione di un’Agenzia Europea contro la contraffazione in grado di intervenire tempestivamente, anche prima degli Stati Membri.
È sufficiente guardarsi intorno per accorgersi che la scelta di prodotti “taroccati” è veramente ampia: il Parmisao brasiliano, il Napoli Tomato, l’Asiago del Wisconsin, i Chapaghetti coreani, il Cambozola di Germania, Austria, Belgio e tanti altri cibi che poco hanno a che fare con il Bel Paese. Oltre alle frodi, più o meno note, sempre più diffuso è il cosiddetto Italian Sounding. Un fenomeno che consiste nell’assegnare ad un prodotto un nome che possa evocare l’idea dell’italianità. Non stupisce che questo accada fuori dei confini nazionali, ma si resta semplicemente attoniti quando si verifica proprio in Italia. Il sito internet www.universofood.net riporta un’interessante informazione a riguardo, fornita da un lettore che in un autogrill di Milano Linate ha potuto acquistare, in uno spazio dedicato al cibo Made in Italy, una confezione di biscotti dal nome “Milano Menta”, per poi scoprire che nulla avevano a che fare con la città di Milano, poiché prodotti negli Stati Uniti, precisamente nel Connecticut dall’azienda Pepperidge Farm, e distribuiti in Italia da una società italiana. Tutto perfettamente legale.
E per il vino italiano quali sono le prospettive? L’Unione Europea ha annunciato la buona notizia del ritiro dei famigerati Winekit dal mercato. Ma sicuramente c’è molta strada ancora da fare, e forse un’idea interessante potrebbe giungere dall’Unione Giuristi della Vite e del Vino, che già da molto tempo hanno formulato un decalogo di azioni concrete da intraprendere contro l’enopirateria.
Prima fra tutte la registrazione del marchio individuale ed il controllo della sua tutela. Anche la denominazione dovrà essere registrata “nel contesto di un marchio collettivo” da monitorare attraverso il Consorzio di tutela nelle diverse zone interessate. Un passo importante sarebbe l’istituzione di un osservatorio permanente da parte del Ministero che possa intervenire con agenzie di controllo distribuite in diversi territori. Avviare azioni legali mirate al contrasto del fenomeno anche attraverso opportune convenzioni con studi legali dislocati nei Paesi più a rischio. Ed infine attuare un’intensa campagna promozionale a tutela di denominazioni e marchi, nei Paesi in cui è maggiormente diffuso il Made in Italy. Questa ultima proposta fa effettivamente riflettere su quanto sia ancora scarsa la conoscenza del vero cibo italiano all’estero, ma soprattutto di quanto siamo ancora lontani dall’idea che il cibo sia parte integrante della cultura di un Paese.
(Fonte: BIBENDA 7 n. 39 - Giulia Filippetti)