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Vino italiano, timori da extrasettore all’orizzonte

Aspettative, consumi e andamento economico generale rischiano di travolgere il mercato del vino italiano.
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Gli effetti di filiera della crisi economica non sono le uniche preoccupazioni per il sistema vino italiano, altre nubi si addensano sul futuro ditali operatori del vino, non solo produttori, e sono di natura esogena. La prima nota dolente viene dal declassamento, ma sarebbe meglio dire scivolone, del marchio Italia che ha abbandonato la top ten del Contry Brand Index 2012-2013 passando dal decimo al quindicesimo posto. Questo indice, misurato per tutti i Paesi del mondo dalla quotata e stimata società Future-Brand, dà il senso del valore, non solo commerciale, del “marchio” Nazione. Sopra di noi la Germania (8° posto), la Francia (13esimo), il Regno Unito (11esimo) e altri Paesi come Stati Uniti, Finlandia, Giappone, Norvegia, Australia, Nuova Zelanda, Canada e Svizzera, quest’ultima al primo posto. L’indice è un mix frutto della ponderazione di diversi indicatori economici e sociali come la propensione agli investimenti, il 20% del credito di piccole e medie imprese viene in Italia rifiutato, conto il “solo” 4,5% della Germania (elaborazione su dati Commissione Europea); il livello delle tecnologie, ancora troppo basso soprattutto nelle comunicazioni; il peso della forza lavoro qualifica, sempre minore in Italia sull’insieme dei lavoratori; le possibilità occupazionali via via più scarse e, dulcis in fundo, il quadro normativo di ciascun Paese che lungo tutto lo stivale è instabile e corredato da una giustizia lumaca, a tal proposito basti pensare che, mediamente, per risolvere una controversia commerciale in Italia ci voglio 1.210 giorni, con un costo pari al 30% del valore della merce non pagata, in Francia ce ne vogliono invece 331 per un costo di poco più del 17% del valore dei prodotti (elaborazione su dati Doing Business).

Ma come può tutto questo influire sulla filiera-vino? Apparentemente non ha influenza, anzi il sistema vino tricolore è portatore di occupazione specializzata, alti livelli di tecnologia e rispetto ambientale, un accesso se non facile, comunque meno farraginoso al credito grazie alla dimensione ancora agraria della maggior parte delle aziende e un rapporto particolare con i propri clienti che tende a scongiurare molte controversie giudiziarie, più frequenti al contrario in altri settori. Detto questo è probabile, anche se non auspicabile, che i nostri vini soffrano in futuro tali rumors. In buona sostanza la precarietà del nostro Sistema-Paese non mancherà di influire sulle vendite, al netto di una consapevolezza, anch’essa mondiale, che vede l’Italia essere al primo posto per offerta artistico-architettonica, turistica, culturale ed enogastronomica.

Un aumento dei costi per la cantine, a livello strategico e organizzativo, sarà verosimilmente inevitabile. Ripensare le tattiche commerciali, alla luce del calo di stima di un brand di nome Italia, diventerà allo stesso tempo una preoccupazione e un centro di spesa in più, drenando così risorse all’innovazione o, ancor peggio, all’occupazione di settore. È la stessa Susanna Bellandi, Presidente di Future-Brand Europa, come evidenziato in diverse interviste apparse ne Il Sole 24 Ore, a sostenere che arte, turismo e cultura sono i migliori asset del Bel Paese. Dentro arte e cultura c’è il territorio e all’interno di ogni zona ci sono i vini e i cibi tipici, tutti beni che, probabilmente, in futuro saranno chiamati a produrre, attraverso mirate politiche operative delle aziende produttive, uno sforzo di comunicazione maggiore e orientato sempre più a mettere in luce il proprio ambiente locale anziché puntare sul brand Italia. Un paradosso per certi versi, ma necessario e inderogabile per il semplice motivo che, siamo convinti, la rinascita del Paese debba passare in gran misura proprio da questo settore dell’economia nazionale.

L’altro allarme ha invece il volto del rallentamento delle economie emergenti; in parole povere nei Paesi Brics si assiste a una graduale contrazione delle importazioni. Ciò imporrebbe, nell’immediato futuro, sempre per le nostre aziende vitivinicole una rimodulazione dell’offerta estera capace di arginare le eventuali perdite, ma di questo ci occuperemo ampliamente a breve.


(Fonte: BIBENDA 7 n. 37 - Alessandro Brizi)
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